“Gli Angeli di Sami” di A. Giosi e E. Manni

Lunedì 23 gennaio 2012 la nostra scuola ha aperto le sue porte. Sono state invitate le classi III di cinque scuole medie del quartiere (Pio XI, Cavanis, Santa Teresa, Gianelli, Annibale Maria Di Francia) per vivere insieme a noi un’esperienza unica e intensa in occasione della Giornata della Memoria: l’incontro con Samuel Modiano, uno dei pochi sopravvissuti dai campi di sterminio di Auschiwitz e Birkenau.

Dopo la visione di un filmato che raccontava il Viaggio della Memoria a Cracovia, Birkenau e Auschwitz, un grande applauso ha accolto Sami Modiano. Tutti eravamo molto felici ed estremamente onorati del suo arrivo, sapendo che quest’evento era stato organizzato per informarci e renderci nuovi testimoni delle atrocità del secolo scorso.

Sami ci ha raccontato la sua vita. Nasce a Rodi, in una comunità di 2500 ebrei. Quando nel 1938 furono emanate da Mussolini le leggi razziali, Sami, che all’epoca aveva otto anni, fu espulso dalla scuola pur essendo un bravo studente. Ritornato a casa, chiese spiegazioni a suo padre, per lui un costante riferimento, il quale gli spiegò con dolci parole, il fatto che fosse “diverso”.

Sami non capiva, perché si riteneva uguale ai suoi compagni.

Nel luglio del 1943 la comunità ebraica di Rodi cominciò il lungo viaggio verso i lager in Polonia; inizialmente vennero deportati a Fossoli e successivamente a Birkenau.

Una volta arrivati, nell’agosto del 1943, i tedeschi ordinarono subito agli ebrei di scendere dai vagoni, li costrinsero a spogliarsi di ciò che possedevano, a presentarsi nudi per essere rasati, lavati e numerati. Così dovettero subire una prima selezione che preannunciava chi si sarebbe salvato lavorando e chi sarebbe stato portato direttamente nelle camere a gas.

Sami ci ha raccontato quei giorni terribili, le sue paure, i suoi desideri e tre episodi nei quali, ogni volta, ha sfiorato la morte ma che poi, come per miracolo, è stata allontanata da una forza ignota.

Nel primo episodio, durante le selezioni, Sami si salvò dalle camere a gas perché, nella confusione, il padre riuscì a portarlo con sé nel gruppo dei lavoratori. L’idea, però, non si rivelò buona poiché i tedeschi si resero ben presto conto che un ragazzo di 13 anni non era adatto a lavorare; per questo, nella seconda selezione, fu portato alle camere a gas ma, prima di entrare, un imprevisto evitò nuovamente la sua uccisione.

Sami, trascorse altri giorni sempre in bilico tra la vita e la morte ma nonostante la sua sofferenza, continuò a nutrire il desiderio di rivedere sua sorella Lucia. Molte volte, infatti, ebbe l’istinto di superare il filo spinato che divideva gli uomini dalle donne. Un giorno, avvicinandosi, riuscì ad incontrala, si salutarono timidamente. Fu un incotro breve, ma con gesti intensi. Lui le tirò un panno con dentro la sua fetta di pane e lei, come per risposta, gli rilanciò il panno insieme anche alla sua fetta. Sami ebbe modo di vederla fino al giorno in cui venne uccisa nelle camere a gas. Informò dell’accaduto suo padre il quale, per il dolore, morì alcuni giorni dopo. Rimase solo, non si sentì più protetto, anche lui avrebbe voluto morire come tutti i suoi familiari.

Ma nel gennaio del 1945, con l’arrivo dei russi, i tedeschi dovettero evacuare il campo facendo percorrere a chi era sopravvissuto 3 km per arrivare ad Auschiwitz.

Durante il tragitto a piedi, Sami svenne e due uomini, quelli che lui definì i suoi angeli, lo presero e lo trascinarono fino ad Auschiwitz. Credendolo morto, lo lasciarono sopra una massa di cadaveri. Ed ecco il terzo episodio in cui lui sfuggì alla morte: i tedeschi non si accorsero che respirava ancora e lo lasciarono giacere lì. Sami si risvegliò, venne salvato e curato dai russi.

Per tutti noi questo incontro è stato molto formativo culturalmente e umanamente; durante la conferenza gli occhi di Sami esprimevano tristezza nel ricordare le ingiustizie e le cattiverie subite all’età di soli 13 anni. Ma ha voluto lo stesso raccontare e rivivere con noi una delle più grandi tragedie del‘900, per non dimenticare. Ci ha anche riferito la storia di altri reduci che giorno dopo giorno hanno lottato con tutte le loro forze per ricominciare a vivere.

Ma per Sami non è stato così. Lui, sopravvissuto ai campi, voleva morire. Si sentiva un privilegiato e non capiva perché fosse rimasto in vita a differenza di sua sorella, di suo padre o dei suoi cugini. Ogni giorno si chiedeva il perché e non capiva.

Oggi ha compreso che Dio ha voluto lui come testimone perché quanto è accaduto non vada dimenticato, perché rimanga nella nostra memoria in modo che non si ripeta più.

Alla fine della conferenza abbiamo tutti applaudito, ma Sami ha voluto sottolineare che questa immensa tragedia non va ricordata con gli “applausi” ma con il silenzio.

Ringraziamo per questo Sami Modiano che ci ha permesso attraverso la sua testimonianza di forza, di coraggio, di fede, di vita, di ricordare, da una parte quel terribile periodo e dall’altra, consolidare nelle nostre coscienze valori come la libertà. L’uguaglianza, il senso di giustizia che ci permettono di convivere in pace con tutti i nostri simili.